Per anni il canale tecnico-professionale è stato descritto come una seconda scelta, e il dato più interessante degli ultimi mesi è che questa descrizione ha smesso di corrispondere ai comportamenti reali delle famiglie. Le iscrizioni agli ITS Academy crescono a ritmi che nessun altro segmento della formazione terziaria registra, e la crescita più marcata si osserva proprio in alcune regioni del Mezzogiorno, Campania e Calabria in testa, dove fino a pochi anni fa l’offerta era quasi inesistente.
I numeri del monitoraggio nazionale spiegano perché. I diplomati ITS occupati a un anno dal titolo si collocano stabilmente in una forbice tra l’84% e l’87%, e oltre nove volte su dieci l’impiego trovato è coerente con il percorso di studi svolto. Nelle aree tecnologiche legate alla meccatronica, all’automazione e alla mobilità sostenibile alcune fondazioni superano il 90%, con una quota significativa di studenti assunti dalle aziende che li hanno ospitati in stage prima ancora della consegna formale del diploma. Sono percentuali che nessuna narrazione sul valore del titolo accademico può ignorare.
Il sistema conta oggi 147 ITS Academy su dieci aree tecnologiche considerate strategiche, con percorsi biennali e triennali costruiti insieme alle imprese e almeno il 30% del monte ore dedicato allo stage. La riforma del 2022 ha rafforzato il coordinamento nazionale, aumentato le risorse e allineato il titolo ai livelli europei di qualificazione; le risorse del PNRR hanno finanziato oltre mille percorsi e nuovi laboratori, con una quota rilevante vincolata al Mezzogiorno.
La partita che si apre adesso è però un’altra, e riguarda direttamente le imprese. La cosiddetta riforma 4+2 prevede che gli istituti tecnici e professionali attivino, al termine del quarto anno, percorsi biennali costruiti insieme agli ITS e alle aziende del territorio. Se funziona, il collegamento tra scuola e lavoro smette di essere un progetto speciale e diventa la struttura ordinaria del sistema. Se non funziona, il rischio è di aggiungere un ulteriore livello di complessità a un ordinamento che ne ha già molti.
La differenza tra i due esiti non dipenderà dal Ministero, ma dalla qualità della partecipazione delle imprese. Un ITS che progetta i propri contenuti in autonomia e poi cerca aziende disposte a ospitare tirocini produce, nel migliore dei casi, formazione dignitosa. Un ITS in cui le imprese siedono nella fondazione, portano problemi reali in aula, mettono a disposizione tecnici come docenti e discutono ogni anno la revisione del piano formativo produce professionalità immediatamente spendibili. Il modello funziona quando l’impresa è committente della formazione, non semplice destinataria.
Resta una criticità che i numeri complessivi tendono a nascondere. La distribuzione territoriale dell’offerta è ancora squilibrata e, nelle aree dove il mismatch tra domanda e offerta di competenze tecniche è più acuto, i percorsi di qualità restano pochi e concentrati nei capoluoghi. Per un giovane che vive in un’area interna, la scelta tra un ITS a sessanta chilometri e un’iscrizione universitaria nella città vicina non si decide sul tasso di occupabilità, ma sui costi di trasporto e alloggio. Finché il sistema non affronterà questo aspetto con strumenti concreti, una parte del vantaggio competitivo del modello continuerà a essere assorbita dalla geografia.


