La formazione continua finanziata sta attraversando una revisione delle regole che, pur essendo passata quasi inosservata nel dibattito pubblico, produrrà effetti concreti su migliaia di imprese aderenti. Con il decreto direttoriale numero 227 dell’11 maggio 2026 il Ministero del Lavoro ha sostituito le linee guida emanate a inizio anno, ridefinendo in modo più organico il funzionamento dei fondi paritetici interprofessionali. Ai fondi è richiesto di adeguare statuti e regolamenti interni entro il 1° ottobre, e l’allineamento coinvolgerà a cascata imprese aderenti ed enti attuatori.
Conviene ricordare il meccanismo, perché una parte delle aziende continua a ignorare di esserne già dentro. Ogni datore di lavoro versa all’INPS un contributo obbligatorio pari allo 0,30% della retribuzione imponibile, destinato alla formazione continua. Aderendo a un fondo interprofessionale, quella somma torna disponibile per finanziare i piani formativi dell’azienda. Chi non aderisce continua comunque a versarla: la differenza non è tra pagare e non pagare, ma tra recuperare quelle risorse e lasciarle confluire altrove. L’adesione e la revoca si gestiscono attraverso il flusso contributivo UniEmens, valorizzando l’apposito elemento della denuncia mensile.
Le novità introdotte con il provvedimento di maggio vanno in tre direzioni. La prima riguarda la trasparenza nella gestione delle risorse, con una disciplina più puntuale della ripartizione tra conti individuali delle imprese aderenti e risorse collettive. La seconda riguarda i controlli: la programmazione della formazione deve essere strutturata in modo da consentire verifiche successive, sia documentali sia sostanziali, sull’effettiva realizzazione dei percorsi. La terza riguarda la qualità, con nuovi standard che toccano in particolare la formazione a distanza, cresciuta molto negli ultimi anni e non sempre con criteri verificabili.
Per l’impresa l’effetto pratico è che il piano formativo dovrà essere più solido in progettazione e più tracciabile in esecuzione. Registri, evidenze di partecipazione, coerenza tra fabbisogni dichiarati e contenuti erogati diventano elementi soggetti a verifica e non semplici formalità. È un irrigidimento che penalizza chi usava la formazione finanziata come una voce da chiudere entro l’anno e avvantaggia chi la utilizzava già come leva di sviluppo.
C’è poi una convergenza da segnalare, perché offre un’opportunità di programmazione. L’obbligo di alfabetizzazione del personale sull’intelligenza artificiale, previsto dalla normativa europea e in vigore ormai da oltre un anno, resta uno degli adempimenti meno presidiati dalle imprese italiane, spesso perché percepito come un costo aggiuntivo. È invece esattamente il tipo di intervento che i fondi interprofessionali possono finanziare, insieme ai percorsi su cybersicurezza, transizione energetica e competenze digitali. Programmare adesso, in vista dell’adeguamento di ottobre e dei piani del prossimo anno formativo, significa trasformare un obbligo normativo in un investimento già coperto da risorse che l’azienda ha comunque versato.


