La stima preliminare Istat del 30 luglio consegna un quadro che si presta a due letture opposte, entrambe fondate. Nel secondo trimestre il prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,2% congiunturale e dell’1,0% su base tendenziale, meglio delle previsioni degli analisti, che scommettevano su una sostanziale stagnazione. La crescita acquisita per l’anno — quella che si realizzerebbe anche se nei due trimestri restanti l’economia restasse ferma — sale dallo 0,6% allo 0,8%.
È il secondo dato in poche settimane a sorprendere in positivo, dopo la revisione al rialzo del bollettino della Banca d’Italia di luglio. Per un’economia descritta come inchiodata allo zero virgola, con una guerra in corso in Medio Oriente e i prezzi dell’energia sopra i livelli pre-conflitto, è un risultato da registrare senza reticenze.
La composizione del dato racconta però una storia meno rassicurante. La variazione positiva è interamente attribuibile al terziario: il valore aggiunto cresce nei servizi e diminuisce in agricoltura e nell’industria. Dal lato della domanda il contributo positivo viene dalla componente nazionale, mentre la domanda estera netta pesa in negativo. La crescita del trimestre è stata sostenuta dal mercato interno mentre la parte esportatrice arretrava.
Il confronto europeo aggiunge prospettiva. Nello stesso periodo l’area euro è cresciuta dello 0,4% e l’Unione dello 0,5%, entrambe in accelerazione. L’Italia fa meglio delle proprie attese, ma peggio della media dei partner: un divario che, se confermato, tornerebbe a essere strutturale e non congiunturale. Il tasso di disoccupazione di giugno è risalito al 5,7%, con un peggioramento più marcato tra i giovani.
Per le imprese manifatturiere ed esportatrici il messaggio operativo è che la pressione non arriva dalla domanda interna ma dai mercati esteri e dai costi. Da un lato i dazi comprimono i margini sui mercati storici; dall’altro il reindirizzamento dei flussi produttivi asiatici verso l’Europa aumenta la concorrenza sui prezzi proprio dove il made in Italy ha meno protezione di marchio. Il rincaro dell’energia, tornato a incidere dopo le tensioni nel Golfo, moltiplica entrambi gli effetti.
Le imprese che reggono meglio hanno in comune due scelte compiute prima che la pressione si manifestasse: una diversificazione reale dei mercati di sbocco e un presidio dei costi energetici che passa dall’autoproduzione o da contratti strutturati, non dalla speranza in un ribasso. Sono decisioni che richiedono mesi e vanno prese quando i numeri sono ancora accettabili, non quando la crisi è già in bilancio.
Lo 0,8% acquisito è una dote, non un traguardo. Dice che il sistema Paese ha una tenuta superiore a quella che gli viene attribuita, ma dice anche che la crescita si sposta verso i servizi mentre la base industriale, cuore dell’export e dell’occupazione qualificata, continua a cedere terreno. È su questa divaricazione, più che sul decimale del trimestre, che si misurerà la politica economica dei prossimi mesi.


