HomeLavoroRetribuzioni contrattuali: dopo dieci trimestri il potere d'acquisto torna indietro

Retribuzioni contrattuali: dopo dieci trimestri il potere d’acquisto torna indietro

Il dato diffuso dall’Istat il 29 luglio interrompe una sequenza durata due anni e mezzo. Nel secondo trimestre le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute del 2,5% rispetto allo stesso periodo del 2025, a fronte di un’inflazione del 3,0%. Dopo dieci trimestri consecutivi in cui i minimi fissati dai contratti collettivi avevano recuperato terreno sui prezzi, il rapporto si è invertito.

La distinzione tra settori è netta: nel privato l’aumento si ferma al 2,3%, nella pubblica amministrazione arriva al 2,7%, sostenuto dai rinnovi del triennio 2022-2024 già confluiti nelle tabelle. È un paradosso solo apparente: nel pubblico tutti i contratti sono scaduti, ma le somme dei rinnovi precedenti continuano a produrre effetti sui tabellari durante l’attesa del nuovo accordo.

Alla fine di giugno risultavano in vigore per la parte economica 50 contratti nazionali, che coprono circa 9,1 milioni di dipendenti, il 69,9% del totale: nel privato la copertura sale all’89,3%, nella pubblica amministrazione è pari a zero. I contratti in attesa di rinnovo sono 25 e riguardano 3,9 milioni di lavoratori, di cui 2,8 milioni nel pubblico impiego. Nel trimestre sono stati recepiti sei accordi: uno in agricoltura, uno nell’industria, quattro nei servizi privati.

Un indicatore meno commentato merita più spazio. Il tempo medio di attesa per chi lavora con un contratto scaduto è sceso, in un anno, da 24,9 a 17,9 mesi, ma la riduzione è quasi interamente attribuibile alla pubblica amministrazione, dove passa da 34,4 a 18 mesi. Nel privato il dato peggiora, salendo da 15,6 a 17,7 mesi: la distanza tra i due comparti si sta chiudendo dalla parte sbagliata.

Per il datore di lavoro le conseguenze sono tre. La prima riguarda il costo del lavoro: un rinnovo che arriva dopo diciotto mesi non annulla gli arretrati, li concentra, trasformando un incremento graduale in un impatto di cassa improvviso, spesso a cavallo di un esercizio. La seconda riguarda il personale qualificato, che non aspetta il rinnovo e si muove verso aziende che hanno già adeguato le condizioni con la contrattazione di secondo livello. La terza è la pressione politica verso meccanismi di adeguamento automatico dei minimi in caso di ritardo, che sposterebbe il costo dell’attesa dal lavoratore all’impresa.

Il tema salariale non è più solo una questione di percentuali, ma di tempi. Un aumento riconosciuto con due anni di ritardo produce un effetto reale molto diverso da quello nominale, sul potere d’acquisto e sul clima interno. Le imprese che usano contrattazione aziendale e welfare per anticipare parte dell’adeguamento non fanno beneficenza: gestiscono un rischio organizzativo che questi numeri rendono più visibile.

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