HomeEconomiaI numeri che il Paese porta alla manovra

I numeri che il Paese porta alla manovra

Crescita allo 0,6 per cento, inflazione di nuovo al 3,3, debito in discesa solo dal 2027: il quadro con cui si apre la sessione di bilancio

La sessione di bilancio si apre su un quadro macroeconomico che non riserva sorprese e proprio per questo merita attenzione: l’assenza di sorprese, in economia, significa quasi sempre assenza di accelerazione.

Le previsioni ufficiali indicano una crescita del prodotto interno lordo reale dello 0,6 per cento per il 2026, confermata sullo stesso livello per il 2027, con una risalita allo 0,8 per cento nel biennio 2028-2029. Il consuntivo 2025 ha registrato un indebitamento netto pari al 3,1 per cento del prodotto, leggermente superiore alle stime autunnali, per effetto dei maggiori crediti edilizi.

Il rapporto tra debito e prodotto interno lordo racconta la stessa storia con maggiore crudezza. Partito da un consuntivo 2025 del 137,1 per cento, sale nell’anno in corso al 138,6 per cento — risente ancora dell’impatto di cassa dei crediti d’imposta legati ai bonus edilizi — e imbocca la discesa solo dal 2027, con il 138,5 per cento, proseguendo poi verso il 137,9 nel 2028 e il 136,3 nel 2029. La curva scende, ma scende tardi e scende piano.

Sul fronte dei prezzi, agosto ha segnato un’inversione che conviene non archiviare come stagionale. Secondo le stime preliminari, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività ha registrato una variazione dello 0,5 per cento su base mensile e del 3,3 per cento su base annua, in salita dal 2,9 per cento del mese precedente. Per un’impresa significa una cosa molto concreta: una crescita nominale che non si traduce in crescita reale, e margini che si assottigliano mentre il fatturato sembra tenere.

Il dato più incoraggiante viene dagli investimenti, cresciuti del 4,6 per cento nel primo trimestre dell’anno, sostenuti in misura rilevante dagli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. È una spinta a termine. La questione che la prossima manovra dovrà affrontare non è se sostituirla con un’altra spinta pubblica, ma se riuscirà a trasformare la spesa esistente in un motore più efficiente di investimento e produttività. I margini sul lato delle entrate sono infatti ridotti: nel 2026 il carico fiscale complessivo si colloca al 43,2 per cento del prodotto, 2,1 punti sopra la media dei ventisette Paesi dell’Unione.

A questo si aggiunge una variabile che nel 2026 è tornata rilevante: la politica monetaria. Una fase restrittiva della Banca centrale europea rischia di frenare proprio quella ripresa degli investimenti che i dati del primo trimestre avevano certificato.

Resta il passaggio del 22 settembre, quando l’Istat aggiornerà i conti nazionali. Se dalla revisione emergerà per il 2025 un rapporto tra deficit e prodotto pari o inferiore al 3 per cento, l’Italia potrà uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo e disporre di una flessibilità di bilancio oggi non disponibile. È il dettaglio tecnico da cui, quest’anno, dipende buona parte di ciò che le imprese leggeranno nella legge di bilancio.

Per il Mezzogiorno la lettura è ancora più stringente. Con una crescita nazionale sotto l’uno per cento, nessun divario territoriale si chiude da solo. Si chiude solo dove l’investimento privato trova convenienza a insediarsi, e la convenienza si costruisce con infrastrutture, competenze e tempi amministrativi certi.

Presidente Federdat Luigi d’Oriano

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