Termini prorogati, doppi regimi sanzionatori, correttivi introdotti in conversione: quanto costa davvero a una PMI inseguire regole che cambiano in corsa
C’è una voce di costo che nessuna impresa iscrive a bilancio e che pure incide, ogni anno, sui conti di chiunque abbia dipendenti e una partita IVA. È il costo di tenere il passo con regole che cambiano mentre le si sta applicando.
Il 2026 ne offre una casistica quasi didattica. Il concordato preventivo biennale è nato con un termine di adesione, poi spostato al 31 ottobre da un correttivo introdotto in sede di conversione del decreto fiscale; il software con cui calcolare la proposta è arrivato a metà maggio, e i criteri ministeriali sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale il 20 maggio. Un professionista che deve valutare la convenienza dell’adesione su un portafoglio di duecento clienti ha avuto, nei fatti, cinque mesi per un lavoro che ne richiederebbe molti di più.
La patente a crediti offre un esempio ancora più netto. Oggi convivono due regimi sanzionatori, e a determinare quale si applichi non è la data dell’accertamento ma quella in cui la condotta è stata posta in essere: prima o dal 1° gennaio 2026. L’ispettore deve verificarlo caso per caso. L’impresa, per sapere a che cosa va incontro, deve saperlo a sua volta.
Il decreto lavoro entrato in vigore il 1° maggio è stato convertito a fine giugno con modifiche sostanziali: tra queste, un limite di dodici mesi ai tirocini extracurriculari svolti presso imprese dello stesso gruppo, che non era nel testo originario. Chi aveva costruito un percorso di inserimento su presupposti diversi ha dovuto rifarlo.
Nessuna di queste norme è, presa in sé, sbagliata. Il limite ai tirocini contrasta un abuso reale. L’inasprimento sulla patente a crediti risponde a un problema drammatico. La proroga del concordato è stata chiesta dagli stessi professionisti. Il problema non è il merito: è la somma.
Una grande impresa assorbe l’instabilità normativa perché ha un ufficio legale, un fiscalista interno, un responsabile della conformità. Una PMI da dodici dipendenti no: quel lavoro lo fa il titolare, la sera, oppure lo compra all’esterno. In entrambi i casi è tempo o denaro sottratto alla produzione. Ed è una sottrazione regressiva, che pesa di più su chi è più piccolo.
La richiesta che rivolgiamo a chi scriverà la prossima manovra è quindi meno costosa di un incentivo e probabilmente più efficace: un orizzonte di stabilità dichiarato sulle regole fiscali e giuslavoristiche, e la rinuncia ai correttivi introdotti a ridosso delle scadenze. Le imprese sanno adattarsi a una regola severa. Fanno molta più fatica ad adattarsi a una regola provvisoria.
La Redazione


