3.106 convalide di recesso, +10,4 per cento in un anno. L’86 per cento riguarda lavoratrici madri
Nel panorama occupazionale della Campania, il difficile equilibrio tra carriera e vita familiare continua a rappresentare un nodo problematico e irrisolto, costringendo ancora troppe donne ad abbandonare definitivamente il mercato del lavoro all’indomani della nascita di un figlio. Il quadro delineato dal report relativo all’anno 2025 sulle convalide di recesso dal lavoro (ai sensi dell’art. 55 del D.Lgs. 151/2001) mostra un’evoluzione decisamente preoccupante: le dimissioni e risoluzioni consensuali esaminate dagli Ispettorati Territoriali del Lavoro sono infatti salite a quota 3.106, registrando un significativo incremento del 10,4% rispetto all’anno precedente.
L’asimmetria di genere che caratterizza questo fenomeno appare nettissima e strutturale: ben 2.671 provvedimenti (pari a circa l’86% del totale complessivo) riguardano lavoratrici madri, a fronte di soli 435 casi riferibili ai lavoratori padri. Dal punto di vista della distribuzione geografica regionale, il picco numerico più elevato si concentra nella città metropolitana di Napoli con ben 1.801 casi totali (di cui 1.522 madri).
Analizzando le motivazioni di questa scelta, per le donne il fattore determinante risiede quasi invariabilmente nella drammatica impossibilità di conciliare gli orari lavorativi con il carico di cura della prole (un dato che a livello nazionale sfiora il 79%). Pesano in modo decisivo carenze strutturali quali la marcata assenza o insufficienza di asili nido sul territorio, i costi insostenibili dei servizi privati di assistenza all’infanzia e la progressiva mancanza di una rete di supporto familiare. Al contrario, quando a dimettersi sono gli uomini, la scelta scaturisce prevalentemente da motivazioni di crescita professionale e dal passaggio verso altre realtà aziendali.
Il fenomeno incide in maniera particolarmente critica su una fascia anagrafica centrale, compresa tra i 26 e i 45 anni, ossia nel periodo di massima fertilità ma anche di fondamentale consolidamento della carriera, colpendo in prevalenza le figure con qualifica di impiegata od operaia.
È evidente che la maternità non possa continuare a rappresentare una sorte di penalizzazione economica e sociale per l’universo femminile. In un Mezzogiorno gravemente colpito dal calo demografico e da duraturi divari occupazionali, appare indilazionabile l’attuazione di un piano di interventi strutturali: dall’ampliamento degli asili nido (anche attraverso reti interaziendali nelle aree industriali) al rafforzamento del welfare territoriale, fino alla promozione diffusa della condivisione della genitorialità tra i partner.
Avvocato Simona D’Aniello


