lunedì, Febbraio 26, 2024
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Venezia Salvata dall’Inserimento nella ‘Black List’ dell’UNESCO

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Una vittoria di portata storica per Venezia: l’Unesco ha deciso oggi di non includere la città lagunare nella sua ‘black list’ dei siti Patrimonio dell’Umanità a rischio. Questa decisione, che è stata accolta con gioia dall’amministrazione comunale veneziana e dal governo italiano, sottolinea l’importanza delle misure di salvaguardia messe in atto per preservare questa città unica al mondo.

La decisione è stata presa all’unanimità durante la 45ª sessione del World Heritage Committee, svoltasi a Riad, in Arabia Saudita. Il ministro dell’Ambiente italiano, Gennaro Sangiuliano, ha espresso soddisfazione per l’esito della riunione, ma ha anche sottolineato che il lavoro per la tutela di Venezia continua senza sosta.

La discussione sulla possibile inclusione di Venezia nella ‘black list’ è stata scatenata dalla raccomandazione pubblicata dagli esperti dell’Unesco, i quali avevano sollevato dubbi sulla situazione ambientale ed economica della città e avevano ritenuto “insufficienti” le misure adottate per affrontare tali problemi. Questa raccomandazione aveva provocato numerose mobilitazioni a sostegno di Venezia, tra cui una petizione online con oltre 4.500 firme.

Per giorni, una delegazione italiana guidata dal direttore generale del Comune di Venezia, Morris Ceron, insieme al vicesindaco Andrea Tomaello e all’assessore all’ambiente Massimiliano De Martin, aveva lavorato instancabilmente a Riad per difendere la reputazione della città. Un fattore cruciale è stato l’approvazione, avvenuta proprio pochi giorni fa, del regolamento definitivo per il contributo d’accesso, comunemente noto come il “ticket turistico.” Questo sistema, in fase di sperimentazione e previsto per la prossima primavera, mira a gestire e limitare l’afflusso non programmato di visitatori giornalieri, contribuendo così a proteggere il patrimonio di Venezia.

Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, ha commentato con orgoglio la decisione dell’Unesco, affermando che dimostra come gli sforzi meticolosi della città per la sua salvaguardia siano stati riconosciuti a livello internazionale. Ha inoltre evidenziato che la proposta di inserire Venezia nella ‘black list’ era stata motivata principalmente da ragioni politiche, piuttosto che tecniche.

Il ministro Gennaro Sangiuliano ha concordato, definendo l’iniziativa degli esperti dell’Unesco come una mossa politica senza basi oggettive. Ha sottolineato che negli ultimi mesi il Comune di Venezia ha adottato misure coraggiose per gestire il turismo e preservare il suo eccezionale patrimonio culturale. Sangiuliano ha inoltre citato i progressi significativi compiuti per proteggere la città dai cambiamenti climatici e dalle sfide del turismo di massa, tra cui il sistema Mose e le barriere alla Basilica di San Marco.

Il ministro ha affermato che l’Unesco ha riconosciuto le sfide complesse legate all’ecosistema di Venezia e ha invitato l’Italia a continuare con determinazione nella sua azione di tutela del sito. L’Unesco ha anche incoraggiato l’Italia a invitare i suoi organi tecnici a svolgere una missione conoscitiva a Venezia, al fine di ottenere un quadro aggiornato dello stato di conservazione del sito e della strategia messa in atto dal governo nazionale e locale per garantirne la migliore salvaguardia.

In conclusione, Venezia può ora tirare un sospiro di sollievo, sapendo che il suo status di Patrimonio dell’Umanità è stato preservato grazie agli sforzi congiunti del governo italiano e dell’Unesco. Questa decisione rappresenta un passo significativo nella protezione di una delle città più affascinanti e vulnerabili al mondo.

La sicurezza non solo sul lavoro: Incidenti stradali nel 2022 

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Corriere Azienda La sicurezza non solo sul lavoro: Incidenti stradali nel 2022

Nel corso del 2022 si sono verificati oltre 165.000 incidenti stradali in Italia, con conseguenze drammatiche: 3.159 persone hanno perso la vita. Questi incidenti coinvolgono diverse categorie di utenti della strada: 16 incidenti riguardano monopattini, 70 ciclomotori, 166 autocarri, 205 ciclisti, 485 pedoni, 781 motociclisti, 1.375 automobilisti e 61 sono classificati come non definiti. Inoltre, si contano ben 223.475 feriti.

L’analisi dei dati relativi al 2022 evidenzia, come del resto accaduto nel mondo del lavoro, che il ritorno alla circolazione economica ha portato ad un aumento dei dati degli incidenti e delle perdite di vite umane. Tuttavia, emerge anche una nota positiva: la tendenza al ridimensionamento degli incidenti e delle vittime sulle strade, avviata più di vent’anni fa, continua inesorabilmente (nel 2001 gli incidenti erano 263.100, nel 2019 sono scesi a 172.553).

Uno sguardo approfondito ai dati rivela che sono soprattutto gli uomini a essere coinvolti negli incidenti mortali: su un totale di 2.245 conducenti deceduti, ben 2.014 erano uomini, ovvero il 90% del totale, dato perfettamente in linea con quello “lavoro”. Nel solo ambito dei motociclisti, la percentuale di uomini che perde la vita supera il 93%, mentre tra gli automobilisti è oltre l’80%. Tra i passeggeri deceduti, 240 erano uomini su un totale di 429, rappresentando il 56% del totale. Nei 485 incidenti in cui sono rimasti coinvolti pedoni, ben 325 erano uomini, costituendo il 67% dei decessi. In modo tragico, si contano 39 bambini deceduti in incidenti stradali, di cui 12 avevano meno di 5 anni; complessivamente, sono stati 107 i minori uccisi sulle strade.

Le fasce di età con i tassi specifici di mortalità più elevati sono le seguenti: 85-89 anni, con 106 morti ogni milione di abitanti; 80-84 anni, con 85,8 morti ogni milione di abitanti; e 20-24 anni, con 80,6 morti ogni milione di abitanti.

Sorprendentemente, il 28,5% degli incidenti è costituito da incidenti a veicoli isolati, ovvero quelli che coinvolgono un solo veicolo. Tuttavia, è allarmante notare che questi incidenti rappresentano quasi il 50% del totale degli incidenti mortali (1401 incidenti su 2958, pari al 47,4%). Inoltre, il 3% degli incidenti isolati si traduce in perdite di vite umane.

Minacce Interne e Sicurezza Aziendale: Il Caso “Tesla Files”

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l termine “Tesla Files” fa riferimento alla recente fuga di dati interni resa nota lo scorso maggio, quando il media tedesco Handelsblatt ha ricevuto una mole consistente di informazioni confidenziali relative ai dipendenti e agli affari di Tesla, l’azienda di Elon Musk. Questo episodio evidenzia il rischio delle minacce interne, spesso sottovalutate, e sottolinea l’importanza di adottare misure preventive. Anche in passato, casi come quello di Hervé Falciani, l’ex informatico della banca HSBC, hanno dimostrato che le minacce interne possono essere altrettanto rilevanti di quelle esterne. Nonostante le sue intenzioni di whistleblower, Falciani ha rubato dati sensibili, mettendo in luce la complessità dell’equilibrio tra denuncia e accesso improprio ai dati.Le aziende tendono spesso a concentrarsi maggiormente sulle minacce esterne, ma quelle interne possono causare danni finanziari e compromettere la reputazione. Nel caso di Tesla, l’accesso e la condivisione di video da parte dei dipendenti hanno messo in discussione la privacy dei clienti, evidenziando l’urgenza di affrontare efficacemente queste problematiche.

Konstantin Sapronov, responsabile del Global Emergency Response Team di Kaspersky, offre suggerimenti su come affrontare il rischio di fuga di dati interni. Anche se l’eliminazione completa del rischio è impossibile, è possibile adottare misure preventive. Limitare l’accesso ai dati sensibili, con politiche di accesso rigorose e l’uso di crittografia, è un passo fondamentale. Inoltre, il concetto di “Zero Trust” può essere un approccio efficace per ridurre le vulnerabilità.È chiaro che un approccio complessivo è necessario. Politiche aziendali chiare e severe possono scoraggiare comportamenti inappropriati. Oltre alle conseguenze finanziarie e di reputazione, le aziende devono considerare le implicazioni legali. Il General Data Protection Regulation (GDPR) dell’Unione Europea può comportare sanzioni significative per le aziende che non tutelano adeguatamente i dati sensibili. La recente indagine del Garante olandese sulla violazione dei dati di Tesla ne è una dimostrazione. Il caso “Tesla Files” rappresenta un avvertimento per le aziende affinché affrontino con serietà le minacce interne. Con una combinazione di tecnologie, politiche aziendali e consapevolezza delle implicazioni legali, è possibile ridurre il rischio di fuga di dati interni e proteggere meglio le informazioni preziose.

Prezzi al consumo: gli ultimi dati dell’Istat

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Happy father using computer with his family while working at home.

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el mese di giugno 2023, si stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registri una variazione nulla su base mensile e un aumento del 6,4% su base annua, da +7,6% nel mese precedente, confermando la stima preliminare.

La decelerazione del tasso di inflazione si deve ancora, in prima battuta, al rallentamento su base tendenziale dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (da +20,3% a +8,4%) e, in misura minore, degli Alimentari lavorati (da +13,2% a +11,5%), dei Servizi relativi ai trasporti (da +5,6% a +4,7%) e dalla flessione più marcata degli Energetici regolamentati (da -28,5% a -29,0%). Per contro, un sostegno alla dinamica dell’indice generale deriva dai rialzi dei prezzi degli Alimentari non lavorati (da +8,8% a +9,4%). L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, rallenta ulteriormente (da +6,0% a +5,6%), così come quella al netto dei soli beni energetici (da +6,2% registrato a maggio a +5,8%). Si attenua la crescita su base annua dei prezzi dei beni (da +9,3% a +7,5%) e, in misura minore, quella dei servizi (da +4,6% a +4,5%), portando il differenziale inflazionistico tra il comparto dei servizi e quello dei beni a -3,0 punti percentuali, da -4,7 di maggio.

I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona rallentano in termini tendenziali (da +11,2% a +10,5%), come anche quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +7,1% a +5,7%). La stabilità sul piano congiunturale dell’indice generale risente delle dinamiche opposte di diverse componenti: da una parte, la crescita dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+1,2%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+1,1%), per effetto anche di fattori legati alla stagionalità, e degli Alimentari non lavorati (+0,8%), dall’altra, la diminuzione dei prezzi degli Energetici sia non regolamentati (-4,5%) sia regolamentati (-0,6%). L’inflazione acquisita per il 2023 è pari a +5,6% per l’indice generale e a +4,9% per la componente di fondo. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,1% su base mensile e del 6,7% su base annua (in netta decelerazione da +8,0% di maggio); confermata dunque la stima preliminare. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra una variazione congiunturale nulla e un aumento del 6,0% su base annua. Nel secondo trimestre 2023 l’impatto dell’inflazione, misurata dall’IPCA, è più ampio sulle famiglie con minore capacità di spesa rispetto a quelle con livelli di spesa più elevati (+9,4% e +7,1% rispettivamente). Tuttavia, rispetto al trimestre precedente, il rallentamento dell’inflazione è più marcato per il primo dei due gruppi.

Red Hat chiude l’open source. Un duro colpo al mercato delle Distro Enterprise

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In un movimento che ha scatenato reazioni intense, Red Hat, una società controllata da IBM, ha recentemente annunciato che CentOS Stream sarà l’unico repository per le release del codice sorgente pubblico relative a Red Hat Enterprise Linux (RHEL), con il codice core di RHEL altrimenti limitato a un portale cliente. Questa mossa è stata descritta come un passaggio naturale e inevitabile, poiché CentOS ha cessato il suo tradizionale “rebuild” di RHEL nel 2020 per concentrarsi sulla sua build di sviluppo. La decisione ha suscitato preoccupazioni in merito alla dedizione di Red Hat all’open source, c onsiderando che la società ha un delicato equilibrio tra i suoi impegni open source e il suo modello di business basato sui contratti di servizio1. Diverse distribuzioni derivate da RHEL, come Rocky Linux e AlmaLinux, hanno espresso il loro impegno a mantenere l’accesso al codice RHEL. Rocky Linux ha addirittura dichiarato che le mosse di Red Hat “violano lo spirito e lo scopo dell’open source” e ha intenzione di rendere il codice disponibile al pubblico non appena esiste. Bradley M. Kuhn del Software Freedom Conservancy ha osservato che il modello di business di Red Hat “sfiora” la violazione della GPL e ha espresso la delusione che la decisione di Red Hat abbia portato la comunità FOSS a un punto così deludente. Mike McGrath, vicepresidente dell’ingegneria delle piattaforme core di Red Hat, ha sostenuto che la decisione deriva dalla mancanza di valore percepito in un rebuild RHEL e dall’obiettivo di proteggere l’open source da una potenziale minaccia che potrebbe farlo tornare ad essere un’attività solo per appassionati e hacker. L’effetto a lungo termine di questa mossa sul mondo di Linux e sulle distribuzioni enterprise è ancora incerto. Alcuni sostengono che potrebbe alterare il significato di termini come ‘open source’, ‘libero’ e ‘enterprise’ e che potrebbe portare a un monopolio da parte di Red Hat.

Proroga dei termini per la notifica delle cartelle? Sì, ma non in tutti i casi

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Cropped photo of young readhead bearded man working with papers

L’agenzia delle Entrate-Riscossione, nonostante la concomitante opportunità per i contribuenti di aderire alla definizione agevolata entro il 30 giugno, ha ripreso l’attività di notifica relativamente ad alcune violazioni commesse anche in epoca antecedente al periodo pandemico, richiedendo, ad esempio, le somme liquidate con le dichiarazioni dei redditi presentate nel corso dell’anno 2019 (ma non versate in tutto o in parte), in riferimento al periodo d’imposta 2018. Le violazioni di questo tipo, la cui attività di riscossione segue solitamente l’emissione di un avviso bonario da parte dell’agenzia delle entrate, andrebbero contestate, a mente dell’articolo 25 del d.P.R. n. 602/73, entro il 31 dicembre: a) del terzo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, ovvero a quello di scadenza del versamento dell’unica o ultima rata se il termine per il versamento delle somme risultanti dalla dichiarazione scade oltre il 31 dicembre dell’anno in cui la dichiarazione è presentata, per le somme che risultano dovute a seguito dell’attività di liquidazione prevista dall’articolo 36-bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600. Dunque gli atti della riscossione notificati a partire dal primo gennaio 2023 e riferiti alla liquidazione dei tributi risalenti ad epoca antecedente all’anno 2019 risulterebbero affetti da nullità per intervenuta decadenza. Giova infatti osservare che, sebbene il legislatore sia intervenuto nel periodo pandemico con una norma recante effetti sospensivi (articolo 157 del D.L. n. 34/2020), lo ha fatto soltanto in casi specificamente individuati, e precisamente, soltanto in relazione ai tributi liquidati in riferimento all’anno 2018. Sul punto si è espressa di recente la Corte di Giustizia Tributaria di Milano che, con la Sentenza n. 537/11/2023, ha così statuito: «l’articolo 157 co. 3, lett. a) del D.L. n. 34/2020 (decreto rilancio) è l’unico atto normativo che, espressamente, si riferisce alle cartelle ex art. 36 bis d.P.R. n. 600/1973 e indica che i termini di decadenza per la notificazione delle cartelle di pagamento previsti dall’art. 25, comma 1, lettere a) e b), del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973 n. 602, sono prorogati di quattordici mesi relativamente: alle dichiarazioni presentate nell’anno 2018 per le somme che risultano dovute a seguito dell’attività di liquidazione prevista dagli articoli 36-bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e 54-bis del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633. La stessa Agenzia delle Entrate conferma tale interpretazione con la Circolare 25/E del 20/08/2020 laddove scrive che: “l’articolo 157 del Decreto ha, quindi, un carattere di specialità rispetto alla disposizione precedente, sia con riferimento all’oggetto che alla portata dei suoi effetti (è rubricato espressamente come proroga dei termini di decadenza), seppur limitatamente ad atti e imposte che scadono tra l’8 marzo e il 31 dicembre 2020, ed abbraccia un periodo più ampio degli 85 giorni fissati dall’articolo 67”».

La sicurezza per studenti e personale delle scuole nella legge n. 85/2023

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Group of happy young students in a university.

Il Decreto Lavoro – convertito, con modificazioni, nella legge 3 luglio 2023, n. 85 – dedica il Capo II agli interventi in materia di rafforzamento delle regole di sicurezza sul lavoro e di tutela contro gli infortuni, aggiornando il sistema dei controlli ispettivi e dedicando un’ampia attenzione alla sicurezza di studenti e personale scolastico. In particolar modo all’interno della norma viene prevista l’estensione della tutela assicurativa degli studenti e del personale del sistema nazionale di istruzione e formazione, della formazione terziaria professionalizzante e della formazione superiore. In altre parole, non sarà più necessario provvedere al pagamento di un’assicurazione privata all’avvio del prossimo anno scolastico e accademico. Studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo saranno tutelati anche nello svolgimento delle attività di insegnamento/apprendimento e non solo, come in passato, quelle nei laboratori e nelle palestre. L’estensione della tutela include anche le esperienze di orientamento al lavoro. Il Decreto Lavoro – ora convertito – interviene anche sulle attività preventive e di monitoraggio a tutela degli studenti impegnati nei percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (PCTO), prevedendo esplicitamente che: la progettazione dei PCTO sia coerente con il piano triennale dell’offerta formativa e con il profilo culturale, educativo e professionale in uscita dei singoli indirizzi di studio; si individui un docente coordinatore di progettazione di tali percorsi per ogni istituzione scolastica; il documento di valutazione dei rischi (DVR) delle imprese iscritte nel registro nazionale per l’alternanza sia integrato con misure specifiche di prevenzione per gli studenti impegnati nei PCTO e le indicazioni rispetto ai dispositivi di protezione individuale da adottare, nonché ogni altro segno distintivo utile a identificare gli studenti. L’integrazione al DVR deve essere fornita alla scuola e allegata alla Convenzione. Nel novero delle misure dedicate alla tutela della sicurezza degli studenti, il Decreto Lavoro inserisce l’istituzione di un Fondo per l’indennizzo dei familiari degli studenti vittime di infortuni in occasione delle attività formative e durante i percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (PCTO). Dieci i milioni di euro a disposizione per il 2023 e due milioni di euro l’anno a partire dal 2024.

Un febbraio di “ripresa”. Cresce la fiducia dei consumatori e delle imprese. Ecco l’Italia che sa resistere

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Il periodo non è senz’altro dei più rosei: una guerra in atto, elettricità e gas alle stelle, sebbene negli ultimi giorni abbiano subito una flessione, e gli effetti devastanti della pandemia ancora da smaltire. Eppure l’Italia, ancora una volta, ha dimostrato di saper resistere e ripartire. Stando agli ultimi dati forniti dall’ISTAT, a febbraio 2023 c’è stato un aumento dell’indice del clima di fiducia dei consumatori che sale da 100,9 a 104,4 punti. Un dato che ai più può sembrare inutile ma che rappresenta, invece, un importante indicatore: l’economia è in crescita. Per quel che concerne le imprese il dato è stabile, in generale, con segnali contrapposti in base ai settori economici investigati: sale per il commercio al dettaglio, scende per il settore costruzioni, rimane pressoché invariato per il settore servizi e per quello delle costruzioni. Sicuramente lo zampino del Governo che, con la legge di bilancio ha messo in atto una serie di strategie di supporto a cittadini e imprese, è stato determinante nell’instaurare nuovamente un clima di fiducia tra i consumatori dato che, torna ad aumentare dopo il leggero calo registrato a gennaio. Ma se il Governo in questa fase riesce ad essere di supporto a cittadini ed imprese è soprattutto grazie all’Unione Europea e ai fondi che quest’ultima ha elargito per promuovere il PNRR, con buona pace degli antieuropeisti. L’economia italiana, dunque, si avvia ad evitare la recessione per quel che concerne il primo trimestre del 2023: i consumi delle famiglie crescono, gli investimenti sono in ripresa, l’occupazione aumenta, l’industria produce. Così come continua a crescere il PIL che nel 2022 è aumentato del 3,9% mostrando un andamento superiore a quello della media dell’Europa. Una menzione a parte la merita  l’imponente attenuazione dell’inflazione, mai così bassa dal 1984 ad oggi. Insomma l’Italia si dimostra ancora una volta particolarmente resiliente e come ampiamente previsto dagli esperti e come sottolineato nel numero precedente di Corriere Azienda, il 2023 sarà senz’altro l’anno della ripresa definitiva con l’economia che tornerà a “girare al massimo” nel 2024. E non può essere sempre e solo un caso se il popolo italiano ha attraversato diverse crisi ed ha sempre dimostrato una grande capacità di riprendersi e ricostruire anche se, stavolta, senza l’Europa, forse non ce l’avremmo fatta. Per dirla alla De Gregori, W l’Italia, l’Italia che resiste o, meglio, W l’Europa, l’Europa che paga!

Andamento statistico degli infortuni sul lavoro: la parola ai numeri. Ecco gli ultimi dati forniti dall’INAIL

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Inail da molti anni a questa parte mette a disposizione della popolazione gli open data (ovvero i numeri) dei fenomeni infortunistici in Italia: confrontare i dati al variare degli anni permette di analizzare l’evoluzione storica del fenomeno e di mettere in luce alcune criticità ed alcune positive evoluzioni. C’è spazio per grandi titoli: nel 2022 l’Inail ha registrato il numero record di denunce di infortuni sul lavoro dell’ultimo decennio sfiorando quota 700.000 (per essere precisi 697.773), per ritrovare un numero più alto bisogna ritornare al 2012 anno in cui le denunce erano 745.546. Tuttavia il 2022 ha registrato anche un record positivo: la conta dei casi mortali si ferma a 1.090 che è il numero più basso degli ultimi anni, il record precedente era del 2009 il cui dato consolidato è fisso a 1.068. Ci auguriamo che si tratti dell’avvio di una nuova discesa dopo anni difficili in tal senso. Dai grafici appare evidente che il biennio 2020/2021 è anomalo: la pandemia da CoViD-19 e tutte le sue conseguenze ha chiaramente falsato l’andamento e l’INAIL ha registrato i contagi ed i decessi causati dal coronavirus nei luoghi di lavoro come infortuni. Eliminata l’eccezione di quel biennio il tutto appare più chiaro: il numero di infortuni sul lavoro totali ha fermato la propria “decrescita” da alcuni anni e resta pressoché costante. L’incremento apparente nel 2022 è attribuibile principalmente al settore sanità ed è sempre figlio della pandemia. Analizzando la tabella (nell’immagine) è evidente che le 50.000 denunce in più sono tutte legate al settore sanitario ed ai contagi da CoViD-19 sui luoghi di lavoro. In conclusione? Nulla cambia: gli strilloni, le analisi degli esperti, le evoluzioni normative e l’attenzione dei TG al momento non producono gli effetti desiderati ma bisogna continuare a lavorare affinché questi dati decrescano rapidamente.

Bollettino Excelsior, la domanda di lavoro prevista a gennaio è di nuovo sopra i livelli pre-Covid. Il presidente di Federdat Luigi d’Oriano: “Bene la ripresa del mercato del lavoro. Si faccia di più per la formazione”

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Sono 504mila i lavoratori ricercati dalle imprese a gennaio 2023 e 1,3 milioni per il primo trimestre dell’anno. 46mila assunzioni in più rispetto a gennaio 2022 (+10,1%) e +149mila assunzioni (+12,9%) prendendo come riferimento l’intero trimestre. La domanda di lavoro prevista ad inizio d’anno si colloca sopra i livelli pre-Covid e segna un +14,0% (+62mila assunzioni) rispetto a gennaio 2019. A guidare la domanda di lavoro il manifatturiero con un incremento su base annua del 17,8% (+19mila assunzioni). Seguono turismo (+10mila unità; +21,0%), servizi operativi di supporto a imprese e persone (+7mila; +17,7%) e servizi alle persone (+7mila; +12,9%).  Tuttavia, sale al 46,5% la difficoltà di reperimento (+7 punti percentuali rispetto a un anno fa), che si attesta al 66% per le figure dirigenziali e sfiora il 62% per gli operai specializzati. 

A delineare questo scenario è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior di Gennaio 2023, realizzato da Unioncamere e Anpal secondo il quale, inoltre, è in crescita il mismatch tra domanda e offerta di lavoro che passa dal 38,6% dello scorso anno al 45,6% (pari a circa 230mila assunzioni). La mancanza di candidati è la motivazione maggiormente indicata dalle imprese (27,8%), seguita dalla preparazione inadeguata (13,5%) e da altri motivi (4,3%). Sono maggiormente difficili da reperire dirigenti (66,1%), operai specializzati (61,9%), tecnici (51,6%), conduttori di impianti (49,0%), professioni intellettuali, scientifiche e con elevata specializzazione (47,5%), professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi (41,0%). 

Dati positivi, dunque, da un lato, ma preoccupanti dall’altro. A seguire il commento del presidente della Confederazione Generale Europea Datoriale Luigi d’Oriano.

“Dai dati emerge un quadro molto chiaro: il mercato del lavoro è in ripresa, così come il numero di assunzioni. Un plauso va anche all’intera categoria datoriale che, in questi anni difficili, ha saputo resistere alla crisi e ai rincari. Tuttavia ci aspettiamo maggiori investimenti da parte del Governo affinché il Paese possa risollevarsi definitivamente. C’è da sottolineare, inoltre, – prosegue d’Oriano – che le aziende hanno enormi difficoltà a cercare personale altamente qualificato e specializzato: noi di Federdat abbiamo sempre affermato con fermezza l’importanza della formazione: l’acquisizione di competenze da parte dei giovani che si avviano al mondo del lavoro è un tema di cruciale importanza per il futuro dell’imprenditoria del Paese. Una parte dei fondi del PNRR – conclude d’Oriano – è stata destinata proprio alla formazione professionale e auspico che le misure studiate dal Governo in tal senso, attualmente ancora in fase embrionale, possano essere avviate il prima possibile per sopperire alla mancanza di figure professionali”.

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